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Intervista inedita alla madre di Peppino
Impastato

In memoria di Peppino e Felicia…
Intervista inedita realizzata nel 2001 da
Gaspare Serra con Felicia Bartolotta madre di
Peppino Impastato, ucciso dalla mafia nel 1978
di
Gaspare Serra
A trent’anni dalla
morte di Peppino Impastato, ho il piacere di
rendere pubblica una inedita ed integrale
intervista, risalente all’ormai lontano 2001,
alla Signora Felicia Bartolotta, madre di
Peppino Impastato, giovane vittima della mafia.
L’intervista fu realizzata dal sottoscritto
quando ancora era un giovane studente liceale,
grazie alla collaborazione di un docente davvero
“speciale” che ho avuto la fortuna d’incontrare:
Salvo Vitale, amico e compagno di lotta di
Peppino.
Ho scelto di divulgare tale intervista, i cui
nastri per anni sono rimasti conservati nel
cassetto, per ricordare l’impegno di Peppino
tramite un punto di vista particolare, in quanto
intimo e femminile: quello della madre Felicia.
Ciò che colpisce è il tratto umano tracciato di
Peppino e del suo quadro familiare.
Felicia, in tutti questi anni, ha dimostrato una
straordinaria forza interiore, la stessa che le
ha permesso di superare mille acciacchi
personali e altrettante ostilità comuni, per
raggiungere finalmente, -e prima di morire,
così, serenamente- l’obiettivo cui ha dedicato
tutta quanta la sua vita: ottenere “giustizia”
per l’ingiusta ed indimenticabile morte del
figlio (ottenuta, dopo troppi anni, con la
condanna di Tano Badalamenti quale mandante
dell’omicidio Impastato).
Gaspare Serra
P.S.:Preciso:
-
che il dialogo è semplice,
molto schietto ma certamente sincero e
persuasivo
-
che le risposte originali di
Felicia sono poste in tratto corsivo
-
che, per correttezza e fede
alla sua esatta parola, ho preferito
mantenere il tono strettamente
dialettale della Signora Bartolotta
-
e che, per chi non
conoscesse bene la lingua siciliana, ho
affiancato le sue risposte con una
traduzione in italiano (tra parentesi) il
più possibile attinente alle parole usate da
Felicia.
Mi scuso anticipatamente se non sono riuscito,
specie in alcuni passi, a trascrivere
eccellentemente il parlato siciliano, cosa cui
non sono molto avvezzo...
-----------------------------
Dalle dirette parole della “Signora Impastato”

Premessa:
M’aviti
risuscitato me figghiu:
con queste parole la madre di Peppino aveva
accolto la delegazione della Commissione
parlamentare antimafia che gli ha consegnato la
“relazione Spena”. Quelle parole di
liberazione -disse, allora, Michele Figurelli,
senatore e componente della Commissione
parlamentare- mi hanno dato una grande emozione.
Vi ho sentito condensarsi l’amore, il dolore e
l’intelligenza di Felicia Impastato.
E’ stato Badalamenti ad uccidere mio figlio.
A Cinisi lo sanno tutti. Mio figlio da Radio Aut
parlava contro la mafia e contro Tano
Badalamenti: così Felicia ha esordito al
processo contro Tano Badalamenti, cui non è
voluta mancare per nessun costo, davanti la
presenza impassibile (in video conferenza) del
boss, parole coraggiose ricche di grande dolore
per quel vuoto causato dalla perdita del figlio.
Da queste parole, come da tutta la sua vita
seguita a quel 9 maggio del 1978, non traspariva
un sentimento di vendetta: ad emergere è sempre
e solo stato un forte, incancellabile desiderio
di GIUSTIZIA: la volontà di vedere, uno per uno,
condannati i mandanti ed esecutori della
terribile uccisione del figlio. Volontà che le
ha dato la forza di voler essere presente a
tutti i costi al tanto atteso processo,
nonostante i mille acciacchi della sua età e le
tante difficoltà a cui Lei è dovuta andare
incontro.
Adesso Felicia riposa in pace, serena
nell’animo per la consapevolezza di aver fatto
tutto ciò che era nelle sue possibilità per
aiutare la memoria del figlio Peppino, mostrando
con ogni persona sempre e solo gioia nel parlare
di suo figlio, nel raccontare e raccontarsi con
tanta disinvoltura. La stessa gioia che mi ha
trasmesso nel corso del nostro incontro, che non
potrò dimenticare facilmente…
Intervista:
Domanda (D):
Signora Felicia, per cominciare vorrei
ringraziarla per avermi permesso di
intervistarla e per la sua disponibilità. Benché
il “Corriere della Sera” del 30 agosto 2000,
pubblicando una sua intervista, ha annunciato
che la madre di Peppino Impastato parlava allora
per la prima volta, tutti possono riconoscere
che Lei, dalla morte di suo figlio, fin dall’
’86, col libro “La mafia in casa mia”, ha
parlato di lui, mostrandosi disponibile a
raccontarsi. Come avrà ben capito, è Giuseppe
Impastato (o, per meglio, Peppino, suo figlio,
come preferiamo ricordarlo) il protagonista di
questa intervista: la sua persona, la sua vita,
il suo impegno nella lotta contro la mafia. Da
poco, per dirle la verità, ho avuto modo di
conoscere la storia di Peppino, anche grazie al
prof. Salvatore Vitale, compagno di Peppino e
mio insegnate, e alla visione del film “I Cento
Passi”…
Risposta (R):
Una medicina, ci vulia veramente.(E’ stata come
una medicina, ci voleva veramente questo film)
(D): Iniziamo a parlare
proprio di questo. Secondo Lei, il film di Marco
Tullio Giordana, incentrato sulla figura di suo
figlio, come ha aiutato i giovani a conoscere la
sua storia e a rendersi conto di ciò che è stato
e ha rappresentato la vita di Peppino, da molti
dimenticato? “I Cento Passi” sono serviti a
qualcosa? Hanno smosso le coscienze della
gente?
(R): Si, si! I Cento Passi
fici movere la gente, picchì vere e proprio non
conoscevano la veru storia. Eo a lu regista ci
risse: nuatre avemu a fare un film all’interno
della famiglia, no cu la politica, la politica
nun c’entra cchiù nente, picchì i cinisara u’
nni capiscino nente: quannu ci mittemu la
politica già il film era finito! Semu raccordu?
Era finito. Fici movere tantu il cuore dei
cinisara, e un sulu dei cinisara ma di tutta
l’Italia, picchì è la veru rialtà! (Si, si! Il
film “I Cento Passi” ha scosso la gente, perché,
in realtà, non conoscevano la vera storia. Io
dissi al regista: noi dobbiamo realizzare un
film incentrato all’interno della famiglia, non
un film politico, la politica non c’entra più
nulla, perché i cinisensi non ne capiscono
nulla: se ci avessimo fatto entrare la politica,
già il film era destinato a fallire! Ci siamo
intesi? Il film ha scosso il cuore dei
cinisensi, anzi, non solo dei cinisensi ma di
tutti gli Italiani, perché non è altro che la
vera realtà)
(D): Dunque il film ha
rappresentato semplicemente…
(R):
La verità.
(D):
Lei ha visto il film?
(R):
Na vota sulu mu vitti, però il principio propria
non l’ho visto. Vitti quannu l’attore era
Giuseppe piccolo chi andava nnu pitture. Ri
ddoco cuminciave a virilo. Mi hanno chiesto si
era na cosa giusta. E io ci risse che era una
cosa giustissima ed era la verità. Quannu me
marito, per esempio, hio america, fici ca hio a
chiamare a me nora e ci rissi: sai, vo venere a
manciare stasera a casa mia? E allora vinne me
nora. Cunsamo a tavola, però l’atteggiamento di
mio marito non mi piaceva. No, picchì vitti ca
so frate l’avia purtato cu la machina e purtao
due valigie. Però suo fratello non è entrato in
casa. Allora sospettave eo, e dissi: cosa
c’è?(Una volta sola l’ho visto, ma non
propriamente dal principio. Ho visto quando il
protagonista, che interpretava Giuseppe bambino,
andava dal pittore. Da qui ho cominciato a
vederlo. Mi hanno chiesto se rispecchiava la
realtà. Ed io ho risposto che era eccezionale e
rappresentava la pura verità. Quando, ad
esempio, mio marito si è recato in America, il
quale è andato a chiamare mia nuora e gli disse:
vuoi per caso venire a mangiare stasera a casa
mia? E allora è venuta mia nuora. Abbiamo
apparecchiato la tavola, però l’atteggiamento di
mio marito era un po’ strano. Non era normale,
perché ho visto che suo fratello l’aveva
accompagnato con la macchina e aveva portato due
valigie. Però suo fratello non è entrato in
casa. In questo stesso momento io ho avuto dei
sospetti e mi sono chiesta: cosa c’è sotto?)
(D): Il fratello di suo
marito, di cui parla, chi era nello specifico?
(R): Pippino Sputafoco.
Beddu era!(Peppino detto “Sputafuoco”. Una
persona perbene!)
(D): Questo accadde prima
che suo marito andasse in America.
(R): Si, prima. E poi mi
rice: “u sai, preparami l’indumenti, è cosa ca
ha partere”. Ma ne ca ci dummannave. Però dice:
“si vennu a gente ci rice ca sugnu per affari di
negozio…”. Va bene, ci risse. Poi se ne parla. E
partiu. L’indomani venne me niputi Susanna e mi
vinni a dire: “u sapi –rice- to marito unne? In
America”. E chi m’interessa, ci risse. Un
m’interessa proprio, picchì a mia sta cunfirenza
non me l’ha dato.(Si, prima. E poi mi disse:
sai, devi prepararmi gli indumenti e lo stretto
necessario perché devo partire. Ma io non ho
chiesto nulla. Ed inoltre mi disse: se mi
vengono a cercare gente, digli che sono fuori
per affari del negozio. Và bene, gli ho
risposto. Poi se ne parla. E così è partito.
L’indomani è venuta mia nipote Susanna e mi ha
detto: lo sa sua marito dov’è? In America. E
cosa mi importa, le ho risposto. Non mi riguarda
minimamente, perché a me non mi ha rivelato
nulla)
(D): Non vorrei essere
indiscreto, ma le chiedo: partendo per gli Stati
Uniti il capofamiglia, suo marito le ha lasciato
un pò di soldi per gestire le spese familiari?
(R): Nna lu mussu! Niente!
Perché suo fratello cciù proebeva picchì ci
ricia: “nun ci rare sordi na li manu ridda,
picchì senno ci li runa a so figghio”. Io ero
come una schiava per mio marito. Ero sotto una
dittatura! (Nemmeno per sogno! Niente! In quanto
suo fratello glielo aveva proibito, dicendogli:
non dare soldi nelle sue mani, perché altrimenti
lei li dà a suo figlio. Io ero come una schiava
per mio marito. Ero sotto dittatura!)
(D): Dunque Luigi Impastato
ha affrontato un viaggio transoceanico senza
dirle nulla.
(R): Partio, sapiddu si
circao protezione pi so figghiu. Socco circao
sapiddu, poi ri ddà sinniu a la California. I so
nipote quannu lu vittiro spuntare ci rissero:
“ma chi vinne a fare?”. Si immaginavano: forse è
ricercato dalla Giustizia. Dici “no, siccomu me
figghiu parla male di la mafia lu vonnu
ammazzare”. E iddo ci risse: “hannu ammazzare a
mia e no a me figghiu”. Vero accussì ci risse.
Me marito, sinniu a l’America, chiddi mu vinnero
a cuntare. E’ vero così. E ammazzaro a me
marito. Ccà c’è u giallo.(E’ partito, chi lo sa
se per cercare protezione per suo figlio. Non so
cosa è andato a fare in America, poi da lì se
n’è andato in California. Quando i suoi nipoti
lo hanno visto arrivare senza preavviso gli
hanno detto: ma che è venuto a fare? Tra sé
pensavano: forse è ricercato dalla legge. Egli
rispose: no, ma, siccome suo figlio parla male
della mafia, lo vogliono ammazzare. E poi ha
continuato: devono ammazzare prima me e non mio
figlio! Gli ha detto veramente così. Mio marito
se n’è andato in America, in quanto me lo hanno
rivelato. E’ realmente così. E hanno ammazzato a
mio marito. Su questo punto c’è un giallo ancora
irrisolto)
(D): Lei, allora, è
convinta che la risposta che ha avuto suo marito
è stata che non potevano assecondarlo nella sua
richiesta?
(R): Un osso duro era me
marito. Ora mu vo rire tu, Salvatore, come va a
finire cu chistu mortu (Vito Palazzolo) la causa
ri chistu r’America (Badalamenti)? (Mio marito
era un osso duro. Ora, me lo vuoi dire tu,
Salvatore, come andrà a finire, con questo morto
-Vito Palazzolo, morto nel Dicembre 2001- il
processo in corso di questo dell’America -Di
Badalamenti-?)
Salvatore Vitale: Giorno 15
gennaio ci sarà l’ultimo atto, l’ultima
requisitoria del processo, e poi, sarà questioni
di giorni, ci sarà la sentenza.
(R): Io sapiddu, non lo so,
sugnu in attesa di qualche cosa…(Io sono
incerta, non lo so, sono in attesa di qualche
cosa…)
(D): Perché sembra
preoccupata? Crede che Badalamenti potrà non
essere condannato?
(R): Si, si, haio sta
paura. Non lo so. Però che se lo tengano, per lo
meno, in America. Un vose parrare iddo,
ultimamente, un vose parrare, picchì da ora lu
misero come mafiusu. Ma iddo rici: “ma io chi
sugnu mafiusu?” Sunné mafiusu è malandrino!!!
(Si, si, ho questo timore. Non lo so. Che
almeno, però, lo tengano carcerato in America.
Ultimamente lui non ha voluto prendere parola,
non ha voluto parlare -nel processo-, perché ora
l’hanno imprigionato come mafioso. Ma lui si
difende dicendo: né che io sono mafioso? E se
non è mafioso è un bel malandrino!!!)
(D): E se fosse condannato
Badalamenti sarebbe fatta giustizia
definitivamente? Lei sarebbe soddisfatta?
Potrebbe dire di aver conseguito finalmente, pur
se dopo così tanto tempo, il suo obbiettivo?
(R): Si! N’summa, haio
stato soddisfatta, come quannu vinnero chiddi
della Commissione antimafia, fu na cosa
positiva. Viri ca fu na cosa positiva, picchi
c’erano reci parlamentari di tutti i partiti.
Reci parlamentari, e purtaro documenti, cose,
tutto quello che non avevano fatto la polizia e
tutto.(Insomma, io sono rimasta soddisfatta,
come nel caso in cui sono venuti quelli della
Comissione antimafia, è stato una cosa positiva.
Vedi che è stata una cosa positiva perché
c’erano dieci parlamentari di tutti i partiti.
Dico dieci parlamentari, e hanno portato
documenti e cose varie, tutto quello che le
forze dell’ordine non avevano fatto in tempo
dovuto)
(D): Senta signora, ora
vorrei chiederle semplicemente, senza retorica:
chi era Peppino per lei? Cosa ha rappresentato?
(R): Un eroe è stato!!! Non
aveva paura. Io ci riceva: Giuseppe -quanno me
frate m’infuscò la testa dicendomi: “u sai, viri
ca Giuseppe parra male di la mafia e sta facendo
u giornalino”- chi foco ranne, rissi -perché me
marito era aggressivo, ne ca capeva ragione.
Allura ci rissi: Giuseppe, ma chi cummini? “No
nente”, mi rispunnia. Stà attento, tu u sai a
quali famigghia appartene, e non pò essere tu
fare questa cosa. Tu ti lauri, sturii, ti fai un
partito, poi magari chiddu chi vo fare fai, ma
accamerora nnun po’ essere. Inutile, c’era poco
da fare. Era così accanito, picchi me figghiu
giustamente fu bloccato. Me figghiu stava
manciannu a casa mia e trase Sputafoco. “Oh
Giuseppe -ci risse- finalmente finio la scola”.
Si. “Chi facoltà pigghi”. Giurisprudenza. La sua
era questa. Un vulea sentere professura, un
vulia sentere medicina, un vulea sentere
ingegneria, niente. Giurisprudenza, la legge.(E’
stato un eroe!!! Non aveva paura. Io gli dicevo:
Giuseppe -dopo che mio fratello mi ha istigata
dicendomi: lo sai, stai attenta perché Giuseppe
parla male della mafia e sta realizzando un
giornalino- che disgrazia, dissi -perché mio
marito era aggressivo, non voleva sentire alcuna
ragione. Allora gli ho detto: Giuseppe, ma cosa
commini? “No, niente”, mi rispondeva. Stai
attento, tu lo sai a quale famiglia appartieni,
tu non ti puoi permettere di fare queste cose.
Tu devi laurearti, studiare, farti una
posizione, poi magari quale strada vuoi seguire
seguirai, ma in questo momento non può essere.
Inutile, c’era poco da fare. Era così accanito,
per questo mio figlio è stato giustamente
fermato. Mio figlio stava mangiando a casa mia
quando entrò Sputafuoco. Oh Giuseppe, gli disse,
finalmente è finita la scuola. Si. Che facoltà
vuoi intraprendere? Giurisprudenza. La sua era
questa. Non voleva nemmeno pensare di diventare
professore, non voleva saperne di medicina, non
voleva saperne di ingegneria, niente.
Giurisprudenza, la legge)
(D): Lui in seguito si
iscrisse alla facoltà di Filosofia, nonostante
tutto...
(R): Si, ma iddo in
principio cchistu ricia. “Tu non la poe fare”
-doco ti sento a dire fu bloccato-. Ci ricea: tu
non lo puoi fare. “E picchi?”. Picchì to patri è
pregiudicato. Mi taliao. “Perciò -rici- ha
cchiancere i peccati ri me patre?” Purtroppo si.
Di tannu in poi (“allura” -rici- “cumanna vero
la mafia?!”) attaccao cù sta mafia, nun la
sopportava propria.(Si, ma egli in principio
aveva questa intenzione. Tu non la puoi fare.
Per questo, ti dico, è stato fermato. Ci dicevo:
tu non la puoi fare. E perché? Perché tuo padre
è pregiudicato. Mi ha guardato: perciò, mi
disse, devo pagare gli errori di mio padre?
Purtroppo si. Da allora in poi, così, disse: “ma
allora comanda vero la mafia?!”. Da allora l’ha
avuta contro la mafia, non poteva sopportarla!)
(D): Lui intendeva
intraprendere la carriera di giudice o quella di
avvocato?
(R): Non lo so, lui diceva:
la legge.
(D): Quindi uno era e
rimase il suo cavillo: il rispetto della legge.
(R): Si
si.
(D): Questo contro gli
interessi della famiglia, contro quello che gli
era consentito…
(R): Si. Ora vi cuntu
chissavutra cosa. Nna sira vinni me marito.
Rici: “ama ghiri a fare na visita”. Ma siccomo
io leggeva sempre le cose di Giuseppe, vitti
scritto che avia fare un comizio. Giusto giusto
stasera -ci risse- io mi sento male, nun vogghio
nescere. Ma intanto –rici- ama ghire a fare na
visita. Aviamo attraversare a piazza. Pazienza.
E c’era Giuseppe -lo posso ricordare- cu un
magghiune grigio, misu ddà e la piazza piena,
piena, piena, picchì molti ci avano pure pi la
curiosità, pi ‘gghire a sentere. Mamma mia, nun
rricanuscio a so figlio, picchi ricia “signore
aiutatemi picchì asenno lo ea ad afferrare”.
“Talea chi ragazzo -ricia- a st’età si farà
strata cu tutta sta gente”, e io zitta ca nun
dicea nulla. Nsumma, ma fici franca. Poi
ritornammo a la casa e sento che aveva ancora
l’impressione di ddu ragazzo che aveva tutto du
popolo d’avanti. (Si. Ora vi racconto
quest’altra cosa. Una sera è tornato da fuori
mio marito. Così disse: “dobbiamo andare a fare
una visita”. Ma siccome io leggevo sempre le
cose di Peppino, ho letto che doveva tenere un
comizio. “Giusto giusto stasera”, gli ho
risposto, “mi sento male, non voglio uscire”.
Nonostante tutto, ha insistito: “dobbiamo fare
una visita”. Dovevamo, perciò, attraversare la
piazza. Pazienza. E c’era Giuseppe, lo ricordo
ancora, con un maglione griggio, lì con la
piazza piena, piena, piena, perché molti ci
andavano pure per la curiosità, per andare ad
ascoltare. Mamma mia, non ha riconosciuto suo
figlio, perché dicevo: “signore, aiutatemi
altrimenti” -mio marito- “va ad afferrarlo”.
“Guarda che ragazzo”, diceva, “a quest’età si
farà strada con tutta questa gente”, e io zitta
senza dire nulla. In conclusione, l’ho fatta
franca. Poi ritornammo a casa e sentivo che
aveva ancora l’impressione di quel ragazzo che
aveva tutta quella gente ad ascoltarlo)
(D): Dunque non si è reso
conto e né è venuto a sapere chi fosse.
(R): No.
(D): Però non ha potuto
evitare che si trovasse tra le mani l’articolo
di suo figlio con il titolo: “La mafia: una
montagna di merda”…
(R): Si, si, nù giornalino,
ma come ci io a finire, picchì io subito niscive
quannu fu ri stu giornalino, chi me frate rice:
“viri ca lu io a consegnare”. Ma io niscivi,
picchì tannu c’erano gli Sgrò, c’era chistu ri
mastru Niddu Maltese, mi vistivi e partivi. Ivi
ni li Sgrò (due componenti del gruppo di
Peppino) e ci risse: “vogghio sapire sstu
giornalino unnio a finire”. “No signora” -rice-
“lu strappamo, lu ficimo”, nsumma mi fici a
capire: ci giuro ca nun esiste più lo
giornalino. “Stamo attenti -ci risse- e lu
cumparemo”. Ma intanto spuntao stu giornale!
(Si, si, nel giornalino, ma non so come ha
potuto averlo tra le mani, perché io subito sono
uscita quando sono venuta a sapere del
giornalino, perché mio fratello mi ha detto:
“stai attenta perché è andato a consegnarlo”. Ma
io sono uscita, perché allora c’erano gli Sgrò,
c’era don Niddu Maltese, mi sono vestita e sono
uscita. Sono andata dagli Sgrò -due compagni di
Peppino- e gli ho detto: “voglio sapere dove è
finito questo giornalino”. “No, signora”, mi
hanno risposto, “lo abbiamo strappato, lo
abbiamo già fatto”, in pratica, mi hanno fatto
capire: vi giuriamo che non esiste più copia del
giornalino. “Stiamo attenti”, li ho ammoniti,
“se lo facciamo ricomparire”. Intanto è venuto
fuori lo stesso questo giornalino!)
(D): Nel suo rapporto con
suo figlio e suo marito, cercava di far
distogliere Peppino dal portare avanti le sue
lotte?
(R): Si, si, “leva a mano”
ci riceva, picchì io lu immaginava ca a me
figghio lu ammazzavano, e c’è poco da fare. Si,
picchì una sera me marito turnava du negozio e
lo sento chiamare da don Masi Impastato. Rici:
“Luigi aspetta” -e allora io astuto la luce e mi
metto dietro la parmiciana- “senti -rici- c’era
to figghio chi faceva un comizio e poi risse
“abbasso la mafia”. “To figghio” -rici- “se
fusse me figgiu farei ‘u fosso e l’urbicasse”.
Affaccio eo, cui capiddi n’all’ario, e ci risse:
“ha fare a prova ora ora ora, fallo, fa finta
che è to figghio”. Ma di sti lotte quanto
n’aveva. Continuamente!(Si, si. “Lascia
perdere”, gli dicevo, perché io lo immaginavo
che a mio figlio lo ammazzavano, e c’è poco da
fare. Si, perché una sera mio marito, mentre
tornava dal negozio, lo sentivo chiamare da don
Masi Impastato. Dice: “Luigi, aspetta”. E allora
io spensi la luce e mi misi ad ascoltare dietro
la persiana. “Senti”, disse, “c’era tuo figlio
che stava facendo un comizio e poi ha detto:
abbasso la mafia. Tuo figlio, se fosse mio
figlio, farei una buca e lo seppellirei!”.
Allora io esco fuori, con i capelli
scompigliati, e gli ho risposto: “fai la prova
adesso, subito, fallo, fa finta che è tuo
figlio!”. Quante di queste battaglie ho dovuto
combattere… Continuamente!)
(D): Questo Masi chi era?
(R): Parente di mio marito,
ma era, ti pare chi era. Strascina quacina!(Era
un parente di mio marito, ma non era nulla di
speciale. E’ tutta gente che non vale un
soldo!)
(D): Com’era il rapporto di
suo marito con suo figlio? Si è interrotto prima
che nascesse?
(R): Me maritu non aveva la
capacità d’assittarese e chiacchierare, no,
sempre aggressivo: como n’tise di Giuseppe cca
faceva un comizio rissi subito: “fora ri casa!”
Quanto tragedie faceva…(Mio marito non aveva la
volontà di sedersi e discutere attorno ad un
tavolo, no, era sempre aggressivo, quando ha
sentito che Giuseppe aveva tenuto un comizio ha
detto subito: “fuori di casa!”. Quante questioni
faceva…)
(D): Ho avuto modo di
conoscere la vita di Peppino specie grazie alla
visione del film “I Cento Passi”. Un personaggio
che mi è parso abbia svolto un ruolo di
fondamentale incisività nello stimolare e
appoggiare le lotte di suo figlio mi è sembrato
essere il “pittore” di Cinisi, Stefano Venuti,
colui che fonderà il Pci in paese e che
rappresentò, almeno a quanto ho inteso, un punto
di riferimento per Peppino. Che ruolo ha svolto,
nella vita di suo figlio, il Venuti? In che modo
ha influito sulla crescita in lui di uno spirito
critico così ribelle?
(R): Si, ra scola rinn’iddu
veneva, ri Venuti. Appena ragazzino si lu
purtava a li comizi (Si, veniva dalla sua
scuola, da quella di Venuti. Appena ragazzino,
se lo portava con sé ai comizi)
(D): Venuti lo ha spinto a
fare ciò che ha fatto o lui stesso ha nutrito
uno spirito antimafioso?
(R): Si, si. Aveva uno
spirito di antimafia.
Salvatore Vitale: Venuti è
uno, come dire, tra tanti: non è da considerare
proprio il suo padre spirituale. Peppino ha
avuto una sua strada autonoma. Anche suo zio, il
fratello di Felicia, Matteo Bartolotta, era
socialista, e Peppino ha abitato a lungo con lo
zio.
(D): Dunque da bambino
Peppino stava con suo fratello?
(R): Si, si. Nnà sta
casa.(Si, si. In questa casa)
Salvatore Vitale: proprio
grazie a questo ha ricevuto un’educazione
diversa…
(R): Iddo nascio con
un’altra educazione, nnun stava a casa mia,
stava in questa casa, perciò non aveva la
mentalità del padre, nnun pigghiava li versi di
suo padre. Mentre c’era me frate, insumma, la
varca va. Poi murio me fratello, allora, rissi,
m’è cascata la casa di sopra.(Egli è nato con
un’altra educazione: non stava in casa mia,
stava in questa casa, perciò non aveva la
mentalità del padre, non assumeva i
comportamenti del padre. Mentre era in vita mio
fratello, tutto sommato, la situazione andava
avanti senza difficoltà. Poi è morto mio
fratello, allora il mondo mi è crollato
addosso!)
(D): La sua famiglia non
aveva nulla a che fare con quella Impastato?
(R): Non ci piaceva manco
la mafia, a mio fratello, ma mica si esponeva:
ci riceva di finirla a me figghiu, ma non ci
piaceva mancu, era puru contro sta gente, ma non
si esponeva di niente. (Mio fratello rinnegava
la mafia, ma non si esponeva, diceva a mio
figlio di finirla, ma non accettava neanche la
mafia, era contro questa gente, ma non si
esponeva per niente)
(D): L'attentato in cui
morì Cesare Manzella, zio di Peppino, assurge ad
evento-chiave nella vita del quindicenne
Peppino: Lì fu colpito Giuseppe: sai quando
ammazzano un agnello? Brandelli di carne li
hanno trovati appesi su un albero -lei ha
scritto. E Pepino si informava con suo zio: Zio
- diceva - ma che cosa ha potuto provare?.
Figlio sono attimi, gli rispose suo fratello. In
che modo il trauma della morte dello zio, a cui
Peppino era molto legato, ha influenzato il
nascere in lui di un sì forte sentimento
antimafia? La morte dello zio ha rappresentato
un evento cruciale nella vita di Peppino?
(R): Si, picchì si parrava:
Peppino io a assistere a di trageria chi c’era,
ossa, brandelli, pezzi di carne. Allora ci
risse: “zio”. Chi è Giuseppe? “Me lo voi rire:
la società è formata di questa gente?” ‘U taliò
e ci risse: si, è di questa gente la società
formata. S’impressionao a virere dda tragedia,
tutta da carne umana iccata piddaccusì. Iddo io
nun sugnu ancora impressionata?!(Si, perché si
parlava: Giuseppe è andato ad assistere alla
tragedia avvenuta, ossa, brandelli di carne
ovunque. Allora disse: “Zio?”. “Che c’è
Giuseppe?”. “Dimmi una cosa: la società è
formata da questa gente?” Lo ha guardato e gli
ha risposto: “si, la società è formata di questa
gente”. Peppino si è impressionato dopo aver
visto quella tragedia, tutta quella carne umana
sparpagliata così. Io stesso non sono ancora
impressionata?)
(D): E nei rapporti di
Peppino con suo padre che altro ha da dirci?
(R): Mio marito non aveva
la sensibilità di capillo. Lu vulea bene, mica
nun lu vuleva, ma nun lu capeva. No.(Mio marito
non aveva la sensibilità di capirlo. Lo voleva
bene, mica non lo voleva, ma non riusciva a
capirlo. No)
(D): Ai funerali di suo
figlio i compaesani scesi nelle strade per
l’ultimo saluto a Peppino erano in pochi, e le
finestre delle case erano sbarrate. Gli elettori
di Cinisi permisero a Peppino, pur da morto, di
essere eletto al Consiglio comunale, ma 260
voti, in realtà, contrariamente a ciò che si
percepisce dal finale del film “I Cento Passi”,
non erano poi tanti se si confrontano con i
2.098 che ottenne la Democrazia Cristiana. Ai
funerali c'erano mille persone circa, in gran
parte venute dai paesi vicini e da Palermo. La
Comunità cinisense non era unita intorno a
Peppino e non aveva saputo cogliere
l’insegnamento di suo figlio: quello di non
nascondersi mai dietro le barricate dei silenzi
e dietro le barriere omertose ma di denunciare e
uscire allo scoperto, sempre!
(R): Cinisara nente…(Non
c’era nessun cinisense…)
(D): Ancora c’era molta
paura?
(R): Me nipote mi risse:
“zia, ma quantu ni stanno vinenno gente di
fora!” Cinisara nun c’enerano, neanche venevano
i vicini ri casa. Una aveva di bisogno di
qualche parola. No! Eramo como fossimo
emarginate, da principio. Ora no, ora si fermano
cu li machine, salutano, fanno e dicino, ora è
cambiata.(Mia nipote mi disse: “zia, ma quanta
gente di fuori paese sta venendo?!” Cinisensi
non ce n’erano, neanche venivano a fare visita i
vicini di casa. Avevamo bisogno di qualche
parola di conforto. Eravamo come emarginati, da
principio. Ora no, ora si fermano con le
macchine, salutano, ora è cambiato tutto)
(D): Dunque il sacrificio
di Peppino non è stato inutile, la sua splendida
narrazione umana, anche se interrottasi
tragicamente, è servita per tutti noi?
(R): Nca certo che è
servito a qualcosa! Aere un carabinere parrava
cu sta signorina di ‘ncca facciu e ci parrava
proprio di Peppino, “un ragazzo -dici- ca ha
dato la proprio vita, un ragazzo così
coraggioso… Como si pò fare -rici- da una
famiglia di mafiosi nescere fuori?” Chista è
l’impressione di ‘sti magistrati, di ‘sta gente,
un’impressione forte, viri chi è: “come si po’
fare ?”, rici.(Certo che è servita a qualcosa!
Ieri un carabiniere parlava con una signora che
abita qua di fronte e parlava proprio di
Giuseppe, un ragazzo, diceva, che ha dato la
propria vita, un ragazzo tanto coraggioso. “Come
è possibile”, si chiedeva, “che una famiglia di
mafiosi si sia allontanato dalla mafia?”. Questa
è l’impressione di questi magistrati, di questa
gente, e vedi che è un’impressione forte: “come
è possibile” si chiede?)
(D): Una volta Peppino è
venuto addirittura alle mani con i fascisti. Può
raccontarmi l’episodio?
(R): Giuseppe fici un
manifesto, e l’appizzao vicino a chiesa di
l’Ecce Homo. Va lu fascista e ci lu va strappa.
Ciù cuntaru a Giuseppe: “senti” -rici- “viri cu
manifesto già ti lu sfardaru tutto”. Allura
Giuseppe và, cca c’era la stazione cc’ha vicino,
e ci rissi: “ma tu un lu putevi fare, semmai ni
facevi uno e cciù mittevi a lato. Ma no ca tu u
isti a sfardare”. Na parola tira a nnavutra.
Giuseppe nisciu fora, triuppica e care. E chiddu
si ci mise a cavaddu. Ora vene un signore di ccà
vicino -era di Palermo-: “signora, signora”
-rici- “hanno aggredito a suo figlio”! “Ih Ih
Ih” –rissi- “e cu fu!” Avevo un vaso cu li
ciure, mi paria ca la via misu nnu tavulo e mi
cario ri manu, e parto. Partu e griro: “aiuto,
aiuto” -ma un vinia nuddo. Mi cci ecco ri
n’coddo, eo, e l’acchiappo pi capidde. Io ho
lottato e sugnu stanca. Stanca… Però haio avuto
delle soddisfazioni, me l’ahio preso qualche
soddisfazione. Dopo Tano, basta.(Giuseppe ha
fatto un manifesto, e lo ha appeso vicino alla
chiesa dell’Ecce Homo. Vi è andato un fascista e
glielo ha strappato. Glielo hanno raccontato a
Giuseppe: “senti”, gli hanno detto, “il
manifesto vedi che te lo hanno già strappato
tutto”. Allora Giuseppe è andato, perché c’era
la stazione qui vicino, e gli ha detto: “ma tu
non avresti dovuto farlo, semmai ne facevi un
altro e glielo affiggevi accanto. Invece tu sei
andato a strapparlo”. Una parola tira l’altra.
Così Giuseppe, quando è uscito, è inciampato ed
è caduto. E l’altro ci è salito sopra. Allora è
venuto un signore di qua vicino, un palermitano:
“signora, signora!”, mi ha detto, “hanno
aggredito a suo figlio!”. “Ih, Ih, Ih”, ho
detto: “chi è stato?!”. Avevo un vaso con dei
fiori, mi sembrava di averlo appoggiato sul
tavolo e invece mi è caduto dalle mani, lascio
tutto ed esco. Vado e grido: “aiuto, aiuto”, ma
nessuno accorreva. Mi ci butto sopra, allora, e
l’acchiappo per i capelli. Io ho lottato e sono
stanca... Però ho avuto delle soddisfazioni, me
le sono prese alcune soddisfazioni. Dopo Tano,
basta)
(D): I 23 anni passati per
avere Giustizia non sono stati troppi?
(R): Certo, però ora…
(D): Ora si aspetta
l’ultima sentenza…
(R): Amu avuto ‘nna
soddisfazione. Quannu arrivano ccà 10
parlamentari rappresenta lo Stato, 10
parlamentari, 10 di tutti li partiti. A
Cavallaro ci risse: “come la pensano li mafiose?
Pensano como si ci rassimu un pugno nello
stomaco, cu stu film. E un ci ha piaciuto”.
Hanno stato svergognati ora. Ora che parlano
tutti. ‘Nsumma, a Cinisi finalmente cuminciaro a
parlare. Mi ‘nni venno di Caltagirone, di
Messina, una signora di Mazzara del Vallo mi
scrisse una lettera, vose una poesia di
Giuseppe, e mi ricia: “haio lu marito e una
figghia morta e un figghio risperso”, e mi
riceva na poesia di so figghio, e mi ricea che
avia a venere, a chiacchiarunare cu mia. Nannu
vinuto di Caccamo, un prete di Napoli, puru,
vinne. Mi scrisse una lettera bellissima, una
bella lettera. Nna suora di Roma: chisti di cà
nente, non esistono, si fanno i fatti suoi. Ho
avuto soddisfazioni: professura, studenti, nanno
venuto...(Abbiamo avuto una soddisfazione.
Quando arrivano qui dieci parlamentari questi
rappresentano lo Stato, dieci parlamentari, di
tutti i partiti. A Cavallaro ho detto: “cosa ne
pensano i mafiosi? Con questo film pensano di
aver ricevuto un pugno nello stomaco. E non gli
è piaciuto”. Sono stati svergognati di fronte a
tutti, adesso. E parlano tutti. Insomma, a
Cinisi finalmente si è cominciato a parlare.
Vengono da me da Caltagirone, da Messina, una
signora di Mazzara del Vallo mi ha scritto una
lettera, ha voluto una poesia di Peppino, e mi
ha detto: ho il marito e la figlia morti e un
figlio disperso, e mi ha mandato una poesia di
suo figlio, e mi ha detto che voleva venire,
chiacchierare con me. Sono venuti da Caccamo,
addirittura è venuto un prete da Napoli. Mi ha
scritto una lettera bellissima, una bella
lettera. Una suora di Roma, ma questi di qui
niente, è come se non esistessero, si fanno i
fatti loro. Ho avuto soddisfazioni: professori,
studenti, sono venuti…)
(D): Peppino sarebbe certo
orgoglioso di vederla adesso e di conoscere
tutto ciò che ha fatto per lui.
(R): Si, mi pare ca me lu
ficiro resuscitare a mia me figghio, mm’ha
crirere! (Si, credimi, mi sembra che hanno fatto
risuscitare mio figlio!)
(D): Indagando un pò sulla
vita di Peppino ho scoperto che lui non era
soltanto un organizzatore di lotte contro la
mafia, contro il sistema di potere clientelare e
mafioso di Cinisi, ma un amante della
letteratura, della musica e, addirittura, un
poeta! Leggendo alcune sue poesie, molte mi
hanno impressionato, mi hanno fatto rivivere le
sue paure, le sue ansie, le sue frenesie e le
sue esaltazioni…
(R): Faceva nuttate sane,
me marito ci disturbava a luce… (Trascorreva
nottate intere -a leggere e scrivere-, e a mio
marito disturbava la luce)
(D): Peppino ha vissuto
anche momenti tristi. Nella sua famosa lettera
citata nel film, strumentalizzata da chi ha
tentato di spacciare la sua morte anche per un
suicidio, sembra quasi un Peppino affranto,
deluso, amareggiato...
(R): Amareggiato, non lo
so, per i compagni.
(D): Suo marito ha buttato
fuori casa suo figlio definitivamente è stata
cosa di un momento? (R): Si, fuori, fuori di
casa. Maria santa… Viri ca io mi sapevo
organizzare, e como! I due fratelli teneli
uniti, picchì vulevano li parentuzzi ca
diventavano Caino e Abele. Loro erano uniti, io
ero unita con i miei figli. E con mio marito,
insumma, ero come all’ubbidienza, mi hai capito.
Chistu c’era…(Si, fuori di casa. Maria santa…
Vedi che io mi sapevo organizzare, e come!
Tenendo uniti i due fratelli, perché certi
parenti desideravano che diventassero come Caino
e Abele. Loro erano uniti, io ero unita con i
miei figli. E con mio marito, in poche parole,
ero come all’ubbidienza, mi hai inteso? Non
c’era altra possibilità…)
(D): Mi dica un’altra cosa.
Ai tempi di cesare Manzella, il grande capomafia
Luciano Leggio era pure qui? Lei lo ha
conosciuto?
(R): L’ho conosciuto, era
robusto, bianco, colorito. Si, si, ma non a casa
mia, picchì un lu vose a casa mia: “‘cca a casa
mia niente”, ci rissi. “Perciò, se è un amico?”,
mi riceva me marito. “No, un mi interessa, tu ci
puoi affittare una casa, puoi fare tutto quello
che vuoi, ma a casa mia niente”. E io unn’haio
avuto mai contatto nné cu li mugghiere né ccu
nuddo. Niente. Mi ci ha portato nnì Badalamenti,
si, cocche due, tri volte, contro la mia
volontà, ma poi me figghiu non era uno cca
purtava odio, a dire: “picchì ci vai, chi ci va
ffai”. Cc’avia a fare? Così era suo padre.(L’ho
conosciuto, era robusto, bianco, colorito. Si,
si, ma non era a casa mia, perché non l’ho
voluto qui a casa mia. “Come, ad un amico?”, mi
diceva mio marito. “No, non mi interessa”,
rispondevo: “tu puoi affittargli una casa, puoi
fare tutto quello che vuoi, ma a casa mia
niente”. Ed io non ho avuto mai contatto né con
le mogli né con nessun altro. Niente! Mi ha
portato anche da Badalamenti, si, qualche due,
tre volte, contro la mia volontà, ma poi mio
figlio non era un tipo che portava odio, non mi
diceva: “perché ci vai? Cosa ci vai a fare?”.
Cosa doveva fare? Così era fatto suo padre)
(D):
Ma Tano Badalamenti che persona era? Una persona
intelligente?
(R): Cue, iddo? Ma se ave
la terza elementare mancu ‘u saccio. Ora forse
s’ha istruito ‘nmenzo l’avvocati.(Chi,
lui?! Non so nemmeno se ha raggiunto la terza
elementare! Ora forse si è un pò istruito in
mezzo agli avvocati)
(D): Quindi “vaccaru”
(pastore) di soprannome e di fatto?
(R): E’ un vaccaro! Un lu
viri di lu parrare stesso? Iddo neanche na
parola mi risse a mia. Io chiddo chi c’happe di
dire ciù risse. Nne ca ni sparagnave, ma nun
parrao.(E’ grezzo come un pastore! Te ne
accorgi dallo stesso modo in cui parla. Nemmeno
una parola mi ha detto. Io quello che avevo da
dirgli glielo detto. Non gli ho risparmiato
nulla, ma non ha parlato)
(D):
Non sapeva come difendersi, evidentemente…
(R):
Deve fare la stessa fine di Vito Palazzolo,
deve fare!
(D):
Nonostante tutto è riuscito a diventare un boss
per come si deve, capo della Cupola...
(R):
Ma ‘u sai nne cca tanto valore ave come
prima. (Ma oramai, sappi, che non conta più
come una volta)
(D):
Ora, naturalmente, è solo un carcerato a vita…
(R):
Ccà, nun l’ave stu valore. Certo, se vene a
Cinisi, cocche liccapere l’avrà!(Qui, non
conta più. Anche se, se viene a Cinisi, qualche
leccapiedi lo avrà!)
(D): Ancora non si è estinta la
“mala razza” dei mafiosi?
(R):
Cca certo, e cca un si ponno.(Certo che
no, e qui non si può estinguere)
(D):
E, di Peppino, cos’ha ancora da dirci?
(R):
Giuseppe era un ragazzo creativo, un ragazzo
che, non lo so, teneva il commercio, il circolo
Musica e Cultura, tutti sti ragazzi si li tirava
a tutti. Voleva convincerli. Li voleva
convincere.
(Giuseppe era un ragazzo creativo, un ragazzo
che, come posso dire, si occupava del commercio,
del circolo Musica e Cultura, riusciva ad
attrarre l’attenzione di tutti questi ragazzi,
di tutti. Voleva convincerli, li voleva
convincere)
(D): Li voleva convincere, mi
permetta di dire, che la mafia era una montagna
di merda, un sistema sbagliato?
(R): ‘Nna montagna picca
nnì vene: di più di una montagna! Parramo ora.
Me marito un morto è, e non mi rispunne cchiù.
Ci sono rimasti vicini, dopo la sua morte, in
pochi, come Salvatore, lui cc’ha stato sempre
vicino, sempre, unn’ha lasciato mai. Sempre
vicino. Di ragazzo lo conosco, veniva a cercare
a Giuseppe, cc’ha rintra.(Una montagna non
basta: di più di una montagna! Ora posso
parlare. Mio marito è un morto e non mi risponde
più. Ci sono rimasti vicino, dopo la sua morte,
in pochi, lui -Salvatore- c’è rimasto sempre
vicino. Sempre. Non ci ha mai lasciato. Sempre
vicino! Lo conosco da quand’era ragazzo, e
veniva a cercare Giuseppe, qua dentro)
Salvatore Vitale: Sempre
fornito di materiale che parlava di Mao, dove
riusciva a trovarlo solo lui lo sa, in Cina
forse! Sto parlando quando avevamo all’incirca
20 anni o poco più, quando eravamo maomisti.
Qui, a Cinisi, ci chiamavano i “Mao Mao”.
(R): Si, si, picchì ‘nna
vota mi purtao nì Badalamenti me marito e c’era
Ciccio Di Trapani. E allura rici: “e so figghio
chi è, mao mao?” E chi ci fazzo -rici- c’è mao
mao e ci n’è senza Mao Mao, puro. Nnatra vota,
quann’eramo a vutare, c’era lu segretario -era
di Palermo chistu. “Ma lei pi cchi vota” -rici-
per Democrazia proletaria?” “Sì. ‘U partito ri
me figghio. Chiddu re me figghio. O bono o tinto
‘u partito ri me figghio e megghio ‘ra
Democrazia Cristiana” -ci riceva eo. No, ci rava
filo ri torcere a tutti, no, no.(Si, si,
difatti una volta mio marito mi ha portato da
Badalamenti e c’era Ciccio Di Trapani. E allora
disse: “suo figlio è mao mao?”. “E cosa vuole”,
gli rispondo: “c’è chi è mao mao e chi non lo
è”. In un’altra occasione, quando eravamo andati
a votare, c’era il segretario, era di Palermo.
“Ma lei per chi vota”, mi disse, per la
Democrazia Proletaria?”. “Si. Per il partito di
mio figlio. Quello di mio figlio. O bene o male,
il partito di mio figlio è meglio della
Democrazia Cristiana”, gli rispondevo. No, io
davo filo da torcere a tutti, no, no…)
(D): Lei diceva apertamente di
votare per la Democrazia Proletaria?
(R): Si, si: “pi me
figghio”, ci riceva.(Si, si: “per mio
figlio”, gli dicevo)
(D): Non penso su consiglio di
suo marito…
(R): No, me marito nun mi
riceva nente. “Ognuno, tu ti piace lu tuo e a
mia mi piace lu meo”. Ecco. Così arrispunnio
Maniaci e così è giusto. Fu una risposta giusta
quella di Maniaci. Iddo, Filippo, cu li so
figghie era un comunista accanito. So matre e so
soro cc’aviano a dare lu voto. Ora, stu
cristiano fu chiamato da li mafiosi ccà, ri
Cesare Manzella e di tutti. Rici: “tu ha
ammazzare a tto figghio”. “E pi chi cosa l’ha
ammazzare a me figghio?”. “Picchi” -rice- “è un
comunista”. “Ma ricitimimi na cosa”, rice, “io
chiddo che posso fare un ci lassu nente, però me
figghio un pò avire la testa mia, e manco io
posso avere la testa ri me figghio. Ognuno per
la sua strada”. La finero. Ccà no la musica! Ccà
a musica un finio, picchì me marito gli dava
retta. Maniaci (uno dei fondatori del partito
comunista assieme al Venuti) ci risse na
risposta bellissima: “Ognuno avemo na nostra
testa. C’è cu fa u professure, cu fa u manuale,
io nun posso fare chiddu chi fa me figghio e
mancu me figghio pò fare chiddu chi fazzo eo”.
Un cristiano chi si pirsuareva era! E tutti
erano contro la mafia ddoco: so mugghieri, li
figgi, tutti! (No, mio marito non mi diceva
niente. “Ognuno è libero, a te ti piace una cosa
e a me un’altra”. Ecco. Così ha risposto Maniaci
e così è giusto. Fu una risposta giusta quella
di Maniaci. Lui, Filippo, assieme ai figli, era
un comunista accanito. Sua madre e sua sorella
gli davano il voto. Così, questa persona è stata
chiamata qui dai mafiosi, da Cesare Manzella e
gli altri. Questi gli dicono: “tu devi ammazzare
a tuo figlio”. “E per quale ragione devo
uccidere mio figlio?”. “Perché”, dissero, “è un
comunista”. “Ma ditemi una cosa”, gli rispose.
“Io quello che posso fare faccio, però mio
figlio non può avere la testa mia, e manco io
posso pensarala alla sua maniera. Ognuno segue
la sua strada”. In quel caso, la questione s’è
chiusa lì. Nel nostro caso no! Nel nostro caso
la musica non è finita così, perché mio marito
gli dava retta. Maniaci gli ha dato un’ottima
risposta: “ognuno di noi la pensa a modo suo.
C’è chi fa il professore, chi fa il manuale: io
non posso fare quello che fa mio figlio né mio
figlio può fare quello che faccio io”. Lui sì
che era una persona intelligente! E tutti erano
contro la mafia nella sua famiglia, la moglie, i
figli…)
(D): Come ha reagito suo marito
all’uccisione di Cesare Manzella?
(R): Era malato, t’anno
avia avuto nn’attacco di appendicite. Sapiddo
chi chiacchieravano fra iddi mafiose.(Era
ammalato, aveva avuto in quei tempi un attacco
di appendicite. Chi lo sa cosa si dicevano fra
loro mafiosi?
(D): Secondo lei, suo marito
era mafioso oppure era un semplice colluso con
la mafia?
(R): Chi mafiusu era manco
‘u capisciu. Unn’era di alto livello, mi pare a
mia, picchì quann’era cu mia, chi stese cu mia,
un ci viria fare nisciute, cose -chi saccio-
como l’avutre. Era che c’era so cugnato. Chi
mafiusu era un tu saccio a dire. Como
Badalamenti, como chisti nun c’era. Ma era
mafiusu, però. Una famiglia di mafiusi.(Che
tipo di mafioso era non lo capisco. Non era di
alto livello, mi sembrava, perché quand’era con
me, non notavo che facesse uscite, faccende,
ecc… come tutti gli altri. La ragione era che
suo cognato era mafioso. Che mafioso era non te
lo saprei dire. Come Badalamenti, come questi,
di certo, non lo era. Ma era mafioso, però.
Apparteneva ad una famiglia di mafiosi)
(D): Suo marito era
riconoscente a Badalamenti per qualcosa? Che
rapporto vigeva tra i due?
(R): Uhhh! Ma unn’era como
li frati? Ppi Badalamenti nisceva fodde, e lu
fici ammazzare ‘u lazzaroni! C’ammazza lu patre,
ma poi lascialo sanu lu figghio. Lu ficiro come
terrorista. E ddoco io mi accanive puro.(Uhhh!
I due erano come fratelli! Per Badalamenti mio
marito era disposto a tutto, e, nonostante
tutto, questo brigante lo ha fatto ammazzare! Lo
ha ucciso, ma, inoltre, perché non lasciava sano
almeno suo figlio? Lo hanno fatto passare come
un terrorista. E anche per questo io mi sono
accanita in particolare)
(D): Se suo marito fosse
rimasto vivo la vita di Peppino sarebbe stata
più lunga?
(R): Se ammazzavano a
Peppino e me marito era vivo… c’era la vera
lotta di mafia, t’anno, mizzica! T’anno aviano a
succerere cosi tinti, picchì lu figghio nun lu
vulea ammazzato e iddi circavano di ammazzare a
me marito.(Se ammazzavano a mio figlio e
mio marito era vivo… sarebbe scoppiata, a quei
tempi, una guerra di mafia, altroché! Sarebbero
successe cose tragiche, perché lui non voleva
ucciso suo figlio e loro hanno cercato di
uccidere a mio marito per questo)
(D): Quindi lei è convinta che
suo marito non sia rimasto vittima di un banale
incidente ma, piuttosto, sia stato ucciso?
(R): Si, un potte parlare
picchì me cugnato era vivo e cummighiaro tutte
cose, ma fu ammazzato me marito. Ammazzaro ddu
cristiane, lu patre e lu figghio. Una cosa
troppo grossa!(Si, non ho potuto parlare
perché mio cognato era vivo e hanno depistato
tutte le cose, ma mio marito è stato ucciso.
Hanno ucciso due persone, il padre e il figlio.
Una cosa troppo grossa!)
(D): Dopo la morte di suo
marito, e specie di Peppino, come è cambiata la
sua vita? Siete stati più soli o avete avuto più
gente vicina?
(R): Come cinisara no.
Neanche i vicini di casa. No. Eramo soli,
avogghia ‘cca li professura e ‘cca li
professoresse ci riciano: “un virite a Giovanni
Impastato, firmatelo, salutatelo, ite na la
mamma di Peppino Impastato”. Niente da fare!
(Come cinisensi nessuno. Neanche i vicini
di casa. No. Eravamo soli, inutilmente i
professori e le professoresse dicevano a tutti:
“non vedete a Giovanni Impastato? Fermatelo,
salutatelo, andate dalla mamma di Peppino
Impastato”. Niente da fare!)
(D): Colgo l’occasione per
farle i miei complimenti per come porta bene i
suoi 88 anni e per il coraggio che ha espresso
fin’ora.
(R): Mi saccio difendere:
fino a ora, viri, chista (la testa) l’haio a
posto. Quannu fu una mattina avia vinuto eo da
lu spitale -avevo una settimana che ero
rientrata da lu spitale- ero a letto e sento na
vuce: “un telegramma, un telegramma”, dice,
“Bartolotta Felicia”: io rispunnivi ri curcata,
ci rissi: “no, non è mio il telegramma, è ri me
cucina, picchì ai na me cucina vicina di casa
‘cca si chiama puro Bartolotta Felicia”. ‘U
telegramma -ci risse- non è mio, ri me cucina.
“No -rici- Impastato Giovanni”. “Allora -ci
risse- è lu meo”: e io, cu tutti li piaghe che
avevo, mi sono alzata. Venni me figghiu
Giovanni, e poi ci arriva na telefonata a me
nora. Rici: “senta signora, semo quelli
dell’antimafia, amo a parrare cu so suocera”.
“E’ a letto, fu operata”, ci risse. E così
finio. Quannu parse a idde ci ripinsaro arré, la
richiamaro, ci rissiro: “ma mi ricisse na cosa,
come memoria com’è?”. “A posto”. “Allora -rici-
a purtasse, cca c’è na seggia a rotelle, c’ene
barelle, c’ene duttura, c’è tutto”. Ci rissi eo:
“ci vogghio iri”. Vaio a chiamare lu merico che
mi curava -cc’havia ‘nna ferita- e ci risse:
“m’ava fare na buona medicazione”. “Unn’ava
ghiri?”, mi risse. “N’Palermo”. “Ma com’è
pazza!”. “No” -ci risse- “a gghire n’Palermo”. E
dissi: “Giuseppe, puro cu la seggia a rotelle
vegno a difenderti!”(Fino ad ora, per
fortuna, mi sono saputa difendere. Una mattina
ero venuta dall’ospedale, da una settimana ero
rientrata dall’ospedale, ero a letto e sento una
voce: “un telegramma, un telegramma”, diceva,
“Bartolotta Felicia”. Io risposi dal letto e gli
dissi: “no, non sarà mio il telegramma, sarà di
mia cugina” -perché ho una cugina vicina di casa
che si chiama pure Bartolotta Felicia. “Il
telegramma”, gli dissi, “non è mio, è di mia
cugina”. “No”, disse, “è di Impastato Giovanni”.
“Allora”, gli dissi, “è il mio”, ed io,
nonostante tutte le ferite che avevo, mi sono
alzata. Venne mio figlio Giovanni, e poi è
arrivata una telefonata a mia nuora: “senta
signora”, ci dissero, “siamo quelli
dell’Antimafia, dobbiamo parlare con sua
suocera”. “E’ a letto, è stata operata”, gli
rispose. E così tutto è finito. In un secondo
tempo, però, l’hanno richiamata, gli dissero:
“mi dica una cosa, sua suocera ha ancora una
mente lucida?”. “Si”, gli rispose mia nuora.
“Allora”, gli dissero, “la porti da noi, che qui
ci sono sedie a rotelle, barelle, dottori, c’è
tutto l’occorrente”. Io gli risposi: “ci voglio
andare”. Ho chiamato il mio medico curante e gli
dissi: “mi deve fare una buona medicazione”.
“Dove deve andare?”, mi chiese. “A Palermo”. “Ma
com’è pazza?”. “Non m’importa, devo andarci”,
gli risposi. E dissi dentro di me: “Giuseppe,
pure con la sedia a rotelle verrò a
difenderti!”)
(D): Questo quando è andata a
deporre al processo contro Badalamenti?
(R): Si, si. Ci risse:
“ammazzaro a me figghio e nun ficero nessuna
indagine, picchì lu purtaro in un casolare e lo
misero in un sedile e in un muretto runne culava
lu sangu”. A me figghio l’ammazzaro ddà -è
giusto- a corpa di petra n’testa, cu lu sangu
cca culava na li petre. Aviano a fare ‘nna
perizia. Lu binario era tutto aperto ma lu
misero subito a posto e perizia u’nni fu fatta
pi me figghio. Lu presidente di l’Antimafia vose
sapire tutto. Un’hanno fatto nessuna indagine ri
me figghio, niente. Poi truvaru lu pere ri me
figghio e la pietra insanguinata, chiddu ca
faceva la raccolta ri sti cosa l’ha consegnato
ad un carabiniere. Unne a purtaro ca la ficiro
spirire?! Insomma, fu una cosa, una cosa troppo
brutta. No, no, non c’è perdono pi sta gente per
me. Ogni tanto ci penso e dico: “no, quale
perdono, mi ni vogghio ire al’unferno!” “Unnè lu
pere ri me figghio”, ci risse?! Hanno fatto una
cosa tragica, una cosa spaventosa! Ora, rice,
sta babba di so matre e stu babbo ri so figghio
passano tutto accusì… No, invece! Avevamo
l’aiuto puro, picchì da soli chi putiamo fare?
Ci fu l’aiuto, i compagni di Palermo, e amo
arrivato a stu punto. E hanno insistito -u primo
Salvatore- ca so matre si siddiava.(Si, si.
Io dissi: “hanno ucciso mio figlio e non hanno
condotto nessuna indagine, nonostante lo abbiano
portato in un casolare e lo abbiano messo in un
sedile e in un muretto dove colava il suo
sangue”. A mio figlio l’hanno ucciso lì, è
chiaro, con colpi di pietre in testa, con il
sangue che colava nelle pietre. Dovevano fare
una perizia. Il binario era divelto ma è stato
rimesso subito a posto e non è stata fatta
alcuna perizia per mio figlio. Il presidente
dell’Antimafia volle sapere tutto, e io gli
dissi: “non hanno fatto alcuna indagine per mio
figlio, niente!”. Poi hanno trovato un piede di
mio figlio e una pietra insanguinata e quello
che si è impegnato nella raccolta di questi
resti li ha consegnati ai carabinieri. Dove li
hanno portati, visto che sono spariti?! Insomma,
è stata una cosa, una cosa troppo brutta! No,
no, non ci può essere perdono per questa gente!
Ogni tanto ci penso e dico: “no, quale perdono,
accetto pure di andare all’Inferno!”. “Dov’è il
piede di mio figlio”, dissi?! Hanno fatto una
cosa tragica, una cosa orribile! “Ora”, avranno
pensato, “questa innocente di sua madre e di suo
figlio accetteranno le cose impassibili”. No,
invece! Abbiamo avuto pure l’aiuto di altri,
certamente, altrimenti, da soli, cosa potevamo
fare? C’è stato l’aiuto dei compagni di Palermo,
e così siamo arrivati fino a questo punto. E
hanno insistito, primo tra tutti, Salvatore,
benché sua madre se la prendeva)
Salvatore Vitale: una volta mia
madre -avevamo appena finito di fare una
trasmissione alla radio contro Lima- mi disse:
“quando t’ammazzano mi metto una vesta rossa!”.
(R): Na vesta russa, si,
si.(Si, si, una vesta rossa)
(D): Comunque non abbia
rimorsi, perché si perdona la gente, non le
bestie!
(R): No, quale perdono, no,
no, non c’è perdono per questa gente! Lo
potevano ammazzare e lasciarlo sano, no fare
questa vendetta così terribile! La carne era a
pezzettini, in fracello sinnio me figghio! No,
non è possibile…(No, no, quale, perdono,
no, no, non c’è perdono per questa gente! Lo
potevano ammazzare e lasciarlo sano, senza fare
questa vendetta così terribile! La carne era a
pezzettini, mio figlio se n’è andato
sfracellato! No, non è possibile…)
(D): Peppino, proprio nell’anno
della sua morte, si era candidato alle elezioni
comunali come consigliere…
(R): Nnu municipio, e io
telefonava a California, ci risse a me cucina:
“vogghio mannare a Giuseppe subito in
California, tu u rricivi?” “Pronto, subito!”.
“Giuseppe” -ci risse- “pu u riposo, ti vogghio
mannare in California. Ci vo ire?” “Si ca ci
vaio(!)”. “Ti pago tutto, un ti fazzo mancare
nente”. “Però… sai… mi porto”, rice. “Dopo le
elezioni”. Chistu fu a rovina… Picchì, senno, si
‘nnieva a California e finia tutto. Ma se
avevano davvero intenzione di ammazzarlo ‘u
ievano ammazzare puro dà, e c’è poco di fare.
(Si, per il Comune, ed io ho telefonato in
California per dire a mia cugina: “voglio
mandare Giuseppe subito in California. Tu lo
ricevi?”. “Pronto, subito!”. “Giuseppe”, gli ho
detto, “per il tuo riposo voglio mandarti in
California. Ci vuoi andare?”. “Si che ci
vado(!)”. “Ti pago tutto, non ti faccio mancare
nulla”. “Però… sai… mi candido alle elezioni”,
mi disse. “Dopo le elezioni”. E questa è stata
la rovina… Perché poteva andare in California e
tutto finiva lì. Ma se avevano davvero
intenzione di ammazzarlo sarebbero andati ad
ammazzarlo pure lì, c’è poco da fare)
(D): Dopo la sua morte, Peppino
è stato fatto passare, come se non bastasse, per
un terrorista. Lei come l’ha presa?
(R): Ah, è terribile, chi
cc’entra! Ca certo ca la vireva ‘nna cosa
brutta, ma subito lu capero idde, subito.
(Ah, è stato terribile, naturalmente! Certo che
pensavo a ciò come una cosa brutta, ma subito
loro lo hanno capito, subito)
(D): Ucciso e diffamato…
(R): Si, si. Di tutto fice,
ha fatto di tutto, ca sinnio como un maiale, e
la gente parra, come un maiale sinnio Palazzolo.
Che la gente parra: come un maiale sinnio,
accompagnato dai carabinieri. Hanno a fare
questa fine, ca ficero fare a me figghio!(Si,
si. Di tutto ha fatto, ha fatto di tutto, ma se
ne andato come un maiale, e la gente lo dice,
come un maiale se ne andato Palazzolo. La gente
parla: come un maiale se n’è andato, scortato
dai carabinieri. Devono fare la stessa fine che
hanno fatto fare a mio figlio!) -Palazzolo era
un altro mafioso di Cinisi, i cui funerali si
sono svolti sotto scorta poco tempo prima
dell’intervista…-
(D): Sembra che lei stia
aspettando la morte di tutti coloro contro i
quali chiedeva non vendetta ma giustizia. Ora
tocca a Gaetano Badalamenti?
(R): E’ vero, nottate che
faccio, mi curco all’una, all’una e mezza,
perché tutti i telegiornali l’ha taliare io,
tutte le notizie l’ha taliare eo, e penso a
Badalamenti. Ora domando a Giovanni come finisce
cu chistu morto sta causa, sta cosa, nne cca la
ponno lassare piddaccusì? Insomma, di dare
un’esempio, chi bene a dire! “Ccà” -rice- “se
l’appellano”. E io ci risse a me figghio: “e io
me l’appello puro!”. Mi vinnu puro l’occhi,
ecco. Io ci rico sempre a Giovanni: “veni
presto”. Nna vota vinne verso le quattro. “Foco
ranni” -rissi eo- “unni sinnio?”. Ci fu il 9
maggio ccà e poi u richiamaro a nn’atra banna,
verso un paisi ri cca. “Giovanni”, ci rissi,
“verso mezzanotte/l’una taglia a cosa, e vene”.
Giovanni sinnio. L’una? Ma quannu mai, alle
quattro vinni! Quannu vinni mi risse: “stattento
si fai iucciria”. L’afferro ‘n machina e ci
risse: “io vulia ire ‘nnu maresciallo. Tu t’ha
presentare” -ci rissi- “un dico, magari, a
mezzanotte, ma all’una, in tempo. Io nun mi va
curco si tu un ti presenti”. Ma chistu modo
d’agire era? Ma iddo sta vita a pò passare una
cu sta gente? Chi si li purtassero ddà,
all’inferno!State attenti ragazzi, la testa
bassa purtatela, un la purtate accussì!(E’
vero, faccio nottate, vado a letto all’una di
notte, all’una e mezza, perché io devo seguire
tutti i telegiornali, tutte le notizie le devo
sentire, e intanto penso a Badalamenti. Ora
chiedo a Giovanni come finirà con questo morto
improvviso questa causa, né possono lasciarla
così, penso. Insomma, devono dare un esempio,
senza ombra di dubbio. Egli dice che
appelleranno la sentenza, e io ho detto a mio
figlio: “e io l’appellerò pure”. Sono disposta a
vendermi pure gli occhi, ecco! Io dico sempre a
Giovanni: “vieni presto”. Una volta è venuto
verso le quattro. “Che tragedia”, pensai, “dove
è andato?”. Era il 9 maggio -ricorrenza della
morte di Peppino- e lo avevano invitato da
un’altra parte, in un paese limitrofo.
“Giovanni”, gli raccomandai, “verso
mezzanotte/l’una lascia perdere tutto e vieni”.
Giovanni, così, se n’è andato. All’una? Ma
quando mai! Alle quattro è venuto. Quando è
arrivato mi ha detto: “attenzione a non fare
baccano”. L’afferrai nella macchina e gli dissi:
“io volevo andare a denunciare la tua scomparsa
dal maresciallo! Tu devi fare ritorno, non dico
a mezzanotte in piana estate, ma all’una. Io non
vado a letto se tu non fai ritorno a casa”. Ma
questo era un modo saggio d’agire? Come si fa a
vivere sereni con certa gente? Che andassero
tutti all’inferno!State attenti, ragazzi, la
testa dovete portarla bassa, non così)
Salvatore Vitale: Alta la
devono tenere, quale bassa!
(R): No, picchì como la
isate iddi ricino: “l’aisaro!”.(No,
altrimenti, quando la alzate, loro dicono:
“l’hanno alzata!”)
Fara Bartolotta (sorella di
Felicia): A testa avuta si porta, come a purtao
Peppino!(La testa alta si tiene, così come l’ha
tenuta Peppino!)
(R): ‘U saccio, ma iddi
t’ammazzano si la isi! Ti ricordi, Salvatore,
quannu ci mittistivo dù manifesto, dà, nna casa
di Badalamenti, cu l’attack, accusì un lù
putiano livare? E ci fu na vicina ca ci lu io a
cuntare: “dà aviti u manifesto”, rici.(Lo
so, ma loro ti uccidono se la alzi! Ti ricordi,
Salvatore, quando avete messo quel manifesto
nella casa di Badalamenti, con l’attack, così
che non si poteva più togliere? E c’è stata una
vicina che glielo ha raccontato: “avete un
manifesto appeso”, gli disse)
Salvatore Vitale: Si, il giorno
dopo hanno chiamato il pittore che ha passato
una giornata intera per togliere il manifesto e
ridipingere la parete!
(D): Lei è rimasta
particolarmente colpita quando ha conosciuto e
visto l’attore che ha interpretato Peppino nel
film di Marco Tullio Giordana. Non è così?
(R): M’abbrazzao, ‘u
ragazzo, e nun mi vulia lassare ire chiù, ora
rici ca mi l’hanno a purtare, un mi vulia
lassare ire cchiù. “Peppino”, rici, “sugnu
Peppino”. Stu ragazzo quannu mi vitte
s’abbrazzao a lu coddo e non mi vulia lassare
cchiù. Poe mi purtao a so matre, so matre si
mise davanti a la porta chi taliava
l’atteggiamenti. Io corrivi all’incontro riddu e
iddu all’incontro ri mia. E so matre si mise a
chiancere. Brutti momenti, figghio, brutti
momenti… Brutti momenti. Il futuro sta a
vuavotre ragazzi ora, nuavotre ninni stamo enno
picchì semo oramai anziani, vecchi, ma il futuro
sta a voi ragazzi. Tu sei partinicese. Ci nnì su
mafiuse?(Mi ha abbracciata, quel ragazzo, e
non mi voleva più lasciare. Ora dicono che
dovrebbe ritornare, non voleva più lasciarmi
andare. “Peppino”, diceva, “sono”. Questo
ragazzo quando mi ha vista mi ha abbracciato per
il collo e non voleva più lasciarmi. Poi ha
portato con sé sua madre, e sua madre si mise
davanti la porta a guardare gli atteggiamenti.
Io sono corsa incontro a lui e lui è corso
incontro a me. E sua madre si è messa a
piangere. Brutti momenti, figlio, brutti
momenti… Brutti momenti. Il futuro sta a voi
ragazzi ora, noi stiamo andando tutti via perché
siamo anziani, vecchi, ma il futuro sta a voi
ragazzi. Tu sei partinicese. Ce ne sono mafiosi
a Partinico?
(D): Come no… La mafia è una
cancro che mette facilmente radici…
(R): Si, si, si, è como a
gramigghia: ci ricemo nuavutre, di stare
attenti, di non essere schiavi di sta gente,
picchì si rappresenta schiavi. Picchì si ci fai
un piaceri, poi ci nnà fare due, e ll’ha fare,
vasennò c’è…(Si, si, si, è come la
gramigna: noi vi diciamo di stare attenti, di
non essere schiavi di questa gente, perché vuol
dire solo essere schiavi. Perché se ci fai un
piacere, poi ce ne devi fare due, e li devi
fare, altrimenti ti aspetta…)
(D):
La fine di Peppino…
(R):
Ecco.
(D):
La ringrazio ancora per tutto.
(R):
Io ringrazio te per avermi dato occasione di
parlare di mio figlio.Si presentavano le feste e
a suo padre ci veniva u rimorso. “Chiamalo”, mi
ricia: “Giuseppe, un piatto di pasta nnu
manciamo qui assieme?”. Vineva, parrava cu so
patre, senza rimorso, questa è l’impressione
mia, e quando io cciù viria iccare fora
l’avissse strozzato! E’ ca un si vosero perdere
li me figghi, ma si era pi so patre, a como
havia l’atteggiamenti chi li iccava fora, si
perdevano, ma non si persero picchi vinevano da
un sangu pulito. Me patre era un impiegato a lu
municipio. Me frate aveva la so scola puro. La
sua educazione. Giuseppe fu cresciuto cà, e
quannu aveva 1000 lire, Giuseppe si sentiva u
patrone ru paise, senza atteggiamenti, senza… mi
riceva “quello che vale è il cervello, no il
denaro!”. Mi capisci? Vineva me nora è ci
riceva: “l’hai visto a Giuseppe?” Tutte le volte
ci parrava di Giuseppe. Na vota mi risse: “ma
picchì mi parri sempre di Giuseppe e no di
Giovanni”. Quannu parse a mia ci risse: “senti
figlia, viri ca Giuseppe è in pericolo, e
picchisto parlo di Giuseppe”. E così
s’arrisittao.(Si presentavano le feste e a
suo padre venivano i rimorsi. “Chiamalo”, mi
diceva. “Giuseppe”, gli dicevo, “un piatto di
pasta lo mangiamo tutti assieme?”. Veniva,
parlava con suo padre, senza rimorso, questa era
la mia impressione, e quando io vedevo che suo
padre lo buttava fuori casa l’avrei strozzato! I
miei figli non si sono voluti perdere, ma se era
per loro padre, con gli atteggiamenti che aveva,
si sarebbero persi: non si sono persi perché
provenivano da un sangue pulito! Mio padre era
un impiegato al Municipio. Mio fratello era una
persona intelligente. Aveva la sua educazione.
Giuseppe è cresciuto qua, e quando aveva 1000
lire si sentiva il padrone del paese, senza
superbia, senza ipocrisia… Mi diceva: “quello
che conta nella vita è il cervello, non il
denaro”. Capisci? Veniva mia sorella e mi
diceva: “l’hai visto a Giuseppe?”. Tutte le
volte parlavo con lei di Giuseppe. Una volta mi
disse: “ma perché parli sempre di Giuseppe e no
di Giovanni?”. Quando lo credetti opportuno ci
dissi: “senti figlia, vedi che Giuseppe è in
pericolo, e per questo parlo sempre di
Giuseppe”. Dopo ciò ha capito tutto…)
(D): Quindi lei se l’aspettava
una cosa del genere, aveva sempre il timore…
(R):
Si, si, me l’aspettavo proprio.
(D):
E Peppino, nonostante sapesse i rischi che
correva…
(R): Cciù rissi eo: “stai
attento viri ca…”. “No”, rici, “piddaccussì iddi
si fanno colpevoli”. Chi foco ranne! “Quannu
m’ammazzano viri ca si fanno colpevoli”. Chisso
ciù risse vero, virica: “ma tu si disarmato,
magari una pistola, na cosa, e lasci un segno
magari”. “No! Quannu eo aio purtato ‘nna pistola
mi pigghiano pi terrorista”. Picchì era anche
intelligente viri. “No, no, non porto niente in
tasca, neanche un coltello”.(Io glielo
detto: “stai attento, vedi, perché…”. “No”, mi
diceva, “così loro si faranno solo colpevoli”.
Che tragedia! “Quando mi ammazzano vedi che si
fanno colpevoli”. Questo gli ho sinceramente:
“ma tu sei disarmato, porta magari una pistola,
qualcosa, e magari lascia un segno!”. “No! Se io
portassi una pistola mi prenderebbero per
terrorista”. Perché lui era anche intelligente.
“No, no, non porto niente in tasca, neanche un
coltello”.)
(D): La sua forza e la sua
unica arma erano le sue idee…
(R): Le sue idee, e non ce
li poteva levare nessuno queste idee che aveva!
Purtroppo…
(D): Comunque non è stato
inutile il sacrificio che ha fatto, se le cose
sono cambiate è stato grazie anche al sacrificio
di Peppino…
(R): No, no, non è stato
inutile. E’ stato una cosa positiva, una cosa
troppo buona, ho avuto delle soddisfazioni. La
gente così umile che viene, chi mi porta un
mazzo di fiori, chi mi porta una cosa. Vengono
da Roma, da San Francesco d’Assisi, da Firenze,
da tutte le parti… da tutte le parti. Nna
ragazza, a 18 anni -nna studentessa- pigghia
l’aereo e sinni vinne ccà. Vvà nnì Giovanni e ci
rice: “vogghio virere tutti li posti ri to
frate, unné chi l’ammazzaro, unné che si curcava
e sti cosa”. Ed è rimasta l’amicizia tra noi. “E
se io mi sposo -ha detto- a me figghio ci metto
Pippino”. (No, no, non è stato
inutile. Ha rappresentato una cosa molto
importante, una cosa molto positiva, ed io ho
avuto delle soddisfazioni. La gente così umile
che viene, chi mi porta un mazzo di fiori, chi
mi porta un’altra cosa. Vengono da Roma, da San
Francesco d’Assisi, da Firenze, da tutte le
parti… da tutti i posti. Una ragazza, una
studentessa di 18 anni, ha preso l’aereo ed è
venuta qui. E’ andata da Giovanni e gli ha
detto: voglio vedere tutti i posti di tuo
fratello, dove l’hanno ammazzato, dove dormiva,
e tutto il resto. Ed è rimasta un’amicizia tra
noi. E se io mi sposo, mi ha detto, mio figlio
lo chiamerò PEPPINO.)
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