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In aumento le cause intentate contro i camici bianchi. Ai primi posti ortopedici e oncologi. Condanne solo nel dieci per cento dei casi
Esiste il caso del pensionato che muore per un banale intervento di appendicite; il decesso della casalinga per via di complicazioni sorte in seguito a un’operazione di chirurgia plastica; o la scomparsa della professionista dopo una liposuzione di routine rivelatasi letale.
Malasanità reale o presunta? Ogni giorno le cronache riportano denunce contro medici e ospedali: diagnosi sbagliate, incapacità dell’équipe chirurgica, assenza di strumentazioni adeguate le principali accuse.
Basta davvero poco per finire sotto il mirino della magistratura, soprattutto se si ha la possibilità di lucrare un indennizzo a favore di malati insoddisfatti o delle loro famiglie. Addirittura su internet è facile trovare studi di avvocati che assicurano il pay per result, cioè si paga in base al risultato ottenuto.
Ecco che allora i camici bianchi diventano il facile bersaglio di una figura professionale ad alto rischio. Secondo una valutazione del ministero della Salute, sarebbero circa trenta i medici denunciati ogni giorno i Italia; numeri che investono anche la Sardegna, dove c’è un ampio ricorso alle cause giudiziarie. Al primo posto gli ortopedici con il 18%; seguono gli oncologi (12%) e i chirurghi (9%).
Secondo Roberto Sequi, direttore generale dell’ospedale Brotzu di Cagliari, le persone presentano facilmente esposti alla Procura della Repubblica perché l’azione è gratuita e la procedura obbliga l’esercizio penale da parte del magistrato. Mentre i singoli medici sono chiamati in causa quando si contesta il modo in cui hanno eseguito un intervento, le aziende ospedaliere finiscono sotto accusa per la mancata adozione di misure di prevenzione.
Negli ultimi anni le denunce sono aumentate del 180%, ma nove volte su dieci le cause si concludono con l’assoluzione del medico.
Per Guido Pani, Pubblico Ministero della Procura della repubblica di Cagliari, “l’aumento del fenomeno nasce da una questione di mentalità, che induce la gente a pensare che le malattie debbano essere sempre guarite. Un intervento chirurgico deve sempre concludersi con un successo e quando ciò non accade si cerca una responsabilità. Sebbene non si abbiano dati precisi – continua Pani – i procedimenti penali vengono archiviati o si concludono con una sentenza di assoluzione. In sostanza le condanne sono poche e non arrivano al 10%; questo perché si tratta di materie molto complesse che richiedono approfondimenti attraverso periti, consulenti, esami di testimoni e imputati, spesso difficili da accertare”.
Tuttavia il fenomeno delle denunce sta assumendo proporzioni tali al punto da verificarsi, oltre a stress e insicurezza da parte del professionista, anche il ricorso alla cosiddetta medicina difensiva: un proliferare di indagini ed esami clinici ben oltre il necessario, che il medico prescrive per mettersi il più possibile al riparo e non incorrere in denunce e procedimenti penali.
A favore dei camici bianchi e per ridare serenità alla professione, da qualche tempo agisce Amami (Associazione Medici Accusati Ingiustamente di Malpractice), che organizza convegni e corsi teorico-pratici di sopravvivenza medico-giuridica con l’obiettivo di prevenire gli errori e susseguentemente evitare le denunce. In questa prospettiva si aggiunge il manuale “Il medico nel processo, istruzioni per l’uso”, edito dall’Associazione medicina e legalità, e “Manuale per la sicurezza in sala operatoria”, presentato pochi mesi fa dal ministero del Lavoro e della Salute: primi passi per la tutela della categoria in un Paese, come l’Italia, in cui risulta elevatissimo il numero di azioni legali intraprese contro medici e ospedali.
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